mercoledì 17 aprile 2013

IL PICCOLO PRINCIPE (5)


CAPITOLO IX
Io credo che egli approfitto', per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici.
Il mattino della partenza mise bene in ordine il suo pianeta.
Spazzo' accuratamente il camino dei suoi vulcani in attivita'.
Possedeva due vulcani in attivita'.
Ed era molto comodo per far scaldare la colazione del mattino.
E possedeva anche un vulcano spento.
Ma, come lui diceva, "non si sa mai" e cosi' spazzo' anche il camino del vulcano spento.Se i camini sono ben puliti, bruciano piano piano, regolarmente, senza eruzioni. Le eruzioni vulcaniche sono come gli scoppi nei caminetti.
E' evidente che sulla nostra terra noi siamo troppo piccoli per poter spazzare il camino dei nostri vulcani ed e' per questo che ci danno tanti guai.
Il piccolo principe strappo' anche con una certa malinconia gli ultimi germogli dei baobab. Credeva di non ritornare piu'.
Ma tutti quei lavori consueti gli sembravano, quel mattino, estremamente dolci.
E quando innaffio' per l'ultima volta il suo fiore, e si preparo' a metterlo al riparo sotto la campana di vetro, scopri' che aveva una gran voglia di piangere.
"Addio", disse al fiore.
Ma il fiore non rispose.
"Addio", ripete'.
Il fiore tossi'. Ma no era perche' fosse raffreddato.
"Sono stato uno sciocco", disse finalmente, "scusami, e cerca di essere felice".
Fu sorpreso dalla mancanza di rimproveri. Ne rimase sconcertato, con la campana di vetro per aria. Non capiva quella calma dolcezza.
"Ma si', ti voglio bene", disse il fiore, "e tu non l'hai saputo per colpa mia. Questo non ha importanza, ma sei stato sciocco quanto me. Cerca di essere felice. Lascia questa campana di vetro, non la voglio piu'".
"Ma il vento..."
"Non sono cosi' raffreddato. L'aria fresca della notte mi fara' bene. Sono un fiore".
"Ma le bestie..."
"Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano cosi' belle. Se no chi verra' a farmi visita? Tu sarai lontano e delle grosse bestie non ho paura. Ho i miei artigli".
E mostrava ingenuamente le sue quattro spine.
Poi continuo':
"Non indugiare cosi', e' irritante. Hai deciso di partire e allora vattene".
Perche' non voleva che io lo vedessi piangere. Era un fiore cosi' orgoglioso...


Rifletti:
...Sicuramente,, oltre ad essere un fiore orgoglioso, era anche triste per la partenza del suo amico... Ma quel "ti voglio bene" restera' nel cuore del Piccolo Principe per sempre...


CAPITOLO X

Il piccolo principe si trovava nella regione degli asteroidi 325, 326, 327, 328, 329 e 330. Comincio' a visitarli per cercare un'occupazione e per istruirsi.
Il primo asteroide era abitato da un re.
Il re, vestito di porpora e d'ermellino, sedeva su un trono molto semplice e nello stesso tempo maestoso.
"Ah! ecco un suddito", esclamo' il re appena vide il piccolo principe.
E il piccolo principe si domando':
"Come puo' riconoscermi se non mi ha mai visto?"
Non sapeva che per i re il mondo e' molto semplificato. Tutti gli uomini sono dei sudditi.
"Avvicinati che ti veda meglio", gli disse il re che era molto fiero di essere finalmente re per qualcuno.
Il piccolo principe cerco' con gli occhi dove potersi sedere, ma il pianeta era tutto occupato dal magnifico manto di ermellino. Dovette rimanere in piedi, ma era tanto stanco che sbadiglio'.
"E' contro all'etichetta sbadigliare alla presenza di un re", gli disse il monarca, "te lo proibisco".
"Non posso farne a meno", rispose tutto confuso il piccolo principe. "Ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito..."
"Allora", gli disse il re, "ti ordino di sbadigliare. Sono anni che non vedo qualcuno che sbadiglia, e gli sbadigli sono una curiosita' per me. Avanti! Sbadiglia ancora. E' un ordine".
"Mi avete intimidito... non posso piu'", disse il piccolo principe arrossendo.
"Hum! hum!" rispose il re. "Allora io... io ti ordino di sbadigliare un po' e un po'..."
Borbotto' qualche cosa e sembro' seccato. Perche' il re teneva assolutamente a che la sua autorita' fosse rispettata. Non tollerava la disubbidienza. Era un monarca assoluto.
Ma siccome era molto buono, dava degli ordini ragionevoli.
"Se ordinassi", diceva abitualmente, "se ordinassi a un generale di trasformarsi in un uccello marino, e se il generale non ubbidisse, non sarebbe colpa del generale. Sarebbe colpa mia""
"Posso sedermi?" s'informo' timidamente il piccolo principe.
"Ti ordino di sederti", gli rispose il re che ritiro' maestosamente una falda del suo mantello di ermellino.
Il piccolo principe era molto stupito. Il pianeta era piccolissimo e allora su che cosa il re poteva regnare?
"Sire", gli disse, "scusatemi se vi interrogo..."
"Ti ordino di interrogarmi", si affretto' a rispondere il re.



"Sire, su che cosa regnate?"
"Su tutto", rispose il re con grande semplicita'.
"Su tutto?"
Il re con un gesto discreto indico' il suo pianeta, gli altri pianeti, e le stelle.
"Su tutto questo?" domando' il piccolo principe.
"Su tutto questo..." rispose il re.
Perche' non era solamente un monarca assoluto, ma era un monarca universale.
"E le stelle vi ubbidiscono?"
"Certamente", gli disse il re. "Mi ubbidiscono immediatamente. Non tollero l'indisciplina".
Un tale potere meraviglio' il piccolo principe.
Se l'avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantatre' , ma a settantadue, o anche a cento, a duecento tramonti nella stessa giornata, senza dover spostare mai la sua sedia! E sentendosi un po' triste al pensiero del suo piccolo pianeta abbandonato, si azzardo''a sollecitare una grazia dal re:
"Vorrei tanto vedere un tramonto... Fatemi questo piacere... Ordinate al sole di tramontare..."
"Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all'altro come una farfalla, o di scrivere una tragedia, o di trasformarsi in un uccello marino; e se il generale non eseguisse l'ordine ricevuto, chi avrebbe torto, lui o io?"
"L'avreste voi", disse con fermezza il piccolo principe.
"Esatto. Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno puo' dare", continuo' il re.
"L'autorita' riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, fara' la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l'ubbidienza perche' i miei ordini sono ragionevoli".
"E allora il mio tramonto?" ricordo' il piccolo principe che non si dimenticava mai di una domanda una volta che l'aveva fatta.
"L'avrai, il tuo tramonto, lo esigero', ma, nella mia sapienza di governo, aspettero' che le condizioni siano favorevoli".
"E quando saranno?" s'informo' il piccolo principe.
"Hem! hem!" gli rispose il re che intanto consultava un grosso calendario, "hem! hem! sara' verso, verso, sara' questa sera verso le sette e quaranta! E vedrai come saro' ubbidito a puntino".
Il piccolo principe sbadiglio'. Rimpiangeva il suo tramonto mancato. E poi incominciava ad annoiarsi.
"Non ho piu' niente da fare qui", disse il re. "Me ne vado".
"Non partire", rispose il re che era tanto fiero di avere un suddito, "non partire, ti faro' ministro!"
"Ministro di che?"
"Di... della giustizia!"
"Ma se non c'e' nessuno da giudicare?"
"Non si sa mai" gli disse il re. "Non ho ancora fatto il giro del mio regno. Sono molto vecchio, ma c'e' posto per una carrozza e mi stanco a camminare".
"Oh! ma ho gia' visto io", disse il piccolo principe sporgendosi per dare ancora un'occhiata sull'altra parte del pianeta. "Neppure laggiu' c'e' qualcuno".
"Giudicherai te stesso", gli rispose il re. "E' la cosa piu' difficile. E' molto piu' difficile giudicare se stessi che gli altri. Se riesci a giudicarti bene e' segno che sei veramente un saggio".
"Io", disse il piccolo principe, "io posso giudicarmi ovunque. Non ho bisogno di abitare qui".
"Hem! hem!" disse il re. "Credo che da qualche parte sul mio pianeta ci sia un vecchio topo. Lo sento durante la notte. Potrai giudicare questo vecchio topo. Lo condannerai a morte di tanto in tanto. Cosi' la sua vita dipendera' dalla tua giustizia. Ma lo grazierai ogni volta per economizzarlo. Non ce n'e' che uno".
"Non mi piace condannare a morte", rispose il piccolo principe, "preferisco andarmene".
"No", disse il re.
Ma il piccolo principe che aveva finiti i suoi preparativi di partenza, non voleva dare un dolore al vecchio monarca:
"Se Vostra Maesta' desidera essere ubbidito puntualmente, puo' darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di partire prima che sia passato un minuto. Mi pare che le condizioni siano favorevoli..."
E siccome il re non rispondeva, il piccolo principe esito' un momento e poi con un sospiro se ne parti'.
"Ti nomino mio ambasciatore", si affretto' a gridargli appresso il re.
Aveva un'aria di grande autorita'.
"Sono ben strani i grandi", si disse il piccolo principe durante il viaggio.

Rifletti:
....non sono strani i grandi ,sono semplicemente due mondi diversi

martedì 16 aprile 2013

IL PICCOLO PRINCIPE (6)

CAPITOLO XI


Il secondo pianeta era abitato da un vanitoso.
"Ah! ah! ecco la visita di un ammiratore", grido' da lontano il vanitoso appena scorse il piccolo principe.
Per i vanitosi tutti gli altri uomini sono degli ammiratori.
"Buon giorno", disse il piccolo principe, "che buffo cappello avete!"
"E' per salutare", gli rispose il vanitoso. "E' per salutare quando mi acclamano, ma sfortunatamente non passa mai nessuno da queste parti".
"Ah si?" disse il piccolo principe che non capiva.
"Batti le mani l'una contro l'altra", consiglio' percio' il vanitoso.
Il piccolo principe batte' le mani l'una contro l'altra e il vanitoso saluto' con modestia sollevando il cappello.
E' piu' divertente che la visita al re, si disse il piccolo principe, e ricomincio' a batter le mani l'una contro l'altra.
Il vanitoso ricomincio' a salutare sollevando il cappello.Dopo cinque minuti di questo esercizio il piccolo principe si stanco' della monotonia del gioco: "E che cosa bisogna fare", domando', "perche' il cappello caschi?"
Ma il vanitoso non l'intese.
I vanitoso non sentono altro che le lodi.
"Mi ammiri molto, veramente?" domando' al piccolo principe.
"Che cosa vuol dire ammirare?"
"Ammirare vuol dire riconoscere che io sono l'uomo piu' bello, piu' elegante, piu' ricco e piu' intelligente di tutto il pianeta".
"Fammi questo piacere. Ammirami lo stesso!"
"Ti ammiro", disse il piccolo principe, alzando un poco le spalle, "ma tu che te ne fai?"
E il piccolo principe se ne ando'.
Decisamente i grandi sono ben bizzarri, diceva con semplicita' a se stesso, durante il suo viaggio.

Rifletti:
...Fortunatamente non tutti i grandi sono come il vanitoso descritto in questo capitolo.
Ma "ammirare" non significa soltanto riconoscere in un'altra persona la bellezza, la ricchezza, l'intelligenza: si puo' ammirare anche l'umilta', l'altruismo, il coraggio, la volonta'.


CAPITOLO XII

Il pianeta appresso era abitato da un ubriacone.
Questa visita fu molto breve, ma immerse il piccolo principe in una grande malinconia.
"Che cosa fai?" chiese all'ubriacone che stava in silenzio davanti a una collezione di bottiglie vuote e a una collezione di bottiglie piene."Bevo" rispose, in tono lugubre, l'ubriacone.
"Perche' bevi?" domando' il piccolo principe.
"Per dimenticare", rispose l'ubriacone.
"Per dimenticare che cosa?" s'informo' il piccolo principe che cominciava gia' a compiangerlo.
"Per dimenticare che ho vergogna", confesso' l'ubriacone abbassando la testa.
"Vergogna di che?" insistette il piccolo principe che desiderava soccorrerlo.
"Vergogna di bere!" e l'ubriacone si chiuse in un silenzio definitivo.
Il piccolo principe se ne ando' perplesso.
I grandi, decisamente, sono molto, molto bizzarri, si disse durante il viaggio.


Rifletti:
"I grandi sono molto bizzarri", ma nonostante pensasse cio', il Piccolo Principe desiderava soccorrere quell'uomo che tentava di dimenticare i proprio problemi in quel modo, un modo completamente sbagliato. E a volte, anche una semplice parola, una mano tesa, puo' ridare coraggio.

lunedì 15 aprile 2013

IL PICCOLO PRINCIPE (7)



CAPITOLO XIII


Il quarto pianeta era abitato da un uomo d'affari.
Questo uomo era cosi' occupato che non alzo' neppure la testa all'arrivo del piccolo principe.
"Buon giorno", gli disse questi. "La vostra sigaretta si e' spenta".
"Tre piu' due fa cinque. Cinque piu' sette: dodici.
Dodici piu' tre: quindici. Buon giorno.
Quindici piu' sette fa ventidue.
Ventidue piu' sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla.
Ventisei piu' cinque trentuno.
Ouf! Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila settecento trentuno".
"Cinquecento e un milione di che?"
"Hem! Sei sempre li'? Cinquecento e un milione di ... non lo so piu'. Ho talmente da fare!
Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole!
Due piu' cinque: sette..."
"Cinquecento e un milione di che?" ripete' il piccolo principe che mai aveva rinunciato a una domanda una volta che l'aveva espressa.
L'uomo d'affari alzo' la testa:
"Da cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono stato disturbato che tre volte.
La prima volta e' stato ventidue anni fa, da una melolonta che era caduta chissa' da dove.
Faceva un rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una addizione.
La seconda volta e' stato undici anni fa per una crisi di reumatismi.
Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare.
Sono un uomo serio, io.
La terza volta ... eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un milione".
"Milione di che?"
L'uomo d'affari capi' che non c'era speranza di pace.
"Milioni di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel cielo".
"Di mosche?"
"Ma no, di piccole cose che brillano".
"Di api?"
"Ma no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma sono un uomo serio, io! Non ho il tempo di fantasticare".
"Ah! di stelle?"
"Eccoci. Di stelle".
"E che ne fai di cinquecento milioni di stelle?"
"Cinquecento e un milione seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo serio io, sono un uomo preciso."
"E che te ne fai di queste stelle?"
"Che cosa me ne faccio?"
"Si".
"Niente. Le possiedo io".
"Tu possiedi le stelle?"
"Si"."Ma ho gia' veduto un re che..."
"I re non possiedono. Ci regnano sopra. E' molto diverso".
"E a che ti serve possedere le stelle?"
"MI serve ad essere ricco".
"E a che ti serve essere ricco?"
"A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova".
Questo qui, si disse il piccolo principe, ragiona un po' come il mio ubriacone.
Ma pure domando' ancora:
"Come si puo' possedere le stelle?"
"Di chi sono?" rispose facendo stridere i denti l'uomo d'affari.
"Non lo so, di nessuno".
"Allora sono mie che vi ho pensato per il primo".
"E questo basta?"
"Certo. Quando trovi un diamante che non e' di nessuno, e' tuo. Quando trovi un'isola che non e' di nessuno, e' tua. Quando tu hai un'idea per il primo, la fai brevettare, ed e' tua. E io possiedo le stelle, perche' mai nessuno prima di me si e' sognato di possederle".
"Questo e' vero", disse il piccolo principe. "Che te ne fai?"
"Le amministro. Le conto e le riconto", disse l'uomo d'affari. "E' una cosa difficile, ma io sono un uomo serio!"
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.
"Io, se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e portarmelo via. Se possiedo un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le stelle".
"No, ma posso depositarle alla banca".
"Che cosa vuol dire?"
"Vuol dire che scrivo su un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e poi chiudo a chiave questo pezzetto di carta in un cassetto".
"Tutto qui?"
"E' sufficiente".
E' divertente, penso' il piccolo principe, e abbastanza poetico.
Ma non e' molto serio.
Il piccolo principe aveva sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle dei grandi.
"Io", disse il piccolo principe, "possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perche' spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai.
E' utile ai miei vulcani, ed e' utile al mio fiore che io li possegga.
Ma tu non sei utile alle stelle..."
L'uomo d'affari apri' la bocca ma non trovo' niente da rispondere e il piccolo principe se ne ando' .
Decisamente i grandi sono proprio straordinari, si disse semplicemente durante il viaggio.

Rifletti:
Questo capitolo ci insegna ad amare cio' che ci circonda, sia esso di nostra proprieta' che comune a piu' persone. Ci fa riflettere anche sull'umilta' e la semplicita' delle piccole cose, sulla gioia che si prova nel fare le cose "utili", anche nei riguardi di un piccolo fiore.


CAPITOLO XIV

Il quinto pianeta era molto strano.
Vi era appena il posto per sistemare un lampione e l'uomo che l'accendeva.
Il piccolo principe non riusciva a spiegarsi a che potessero servire, spersi nel cielo, si di un pianeta senza case, senza abitanti, un lampione e il lampionaio.
Eppure si disse:
"Forse quest'uomo e' veramente assurdo. Pero' e' meno assurdo del re, del vanitoso, dell'uomo d'affari e dell'ubriacone. Almeno il suo lavoro ha un senso. Questo accende il suo lampione, e' come se facesse nascere una stella in piu', o un fiore. Quando lo spegne addormenta il fiore o la stella. E' una bellissima occupazione, ed e' veramente utile, perche' e' bella".
Salendo sul pianeta saluto' rispettosamente l'uomo:
"Buon giorno. Perche' spegni il tuo lampione?"
"E' la consegna" rispose il lampionaio. "Buon giorno".
"Che cos'e' la consegna?"
"E' di spegnere il mio lampione. Buona sera".
E lo riaccese.
"E adesso perche' lo riaccendi?"
"E' la consegna".
"Non capisco", disse il piccolo principe.
"Non c'e' nulla da capire", disse l'uomo, "la consegna e' la consegna. Buon giorno". E spense il lampione.
Poi si asciugo' la fronte con un fazzoletto a quadri rossi.
"Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole. Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire...""



"E dopo di allora e' cambiata la consegna?"
"La consegna non e' cambiata", disse il lampionaio, "e' proprio questo il dramma. Il pianeta di anno in anno ha girato sempre piu' in fretta e la consegna non e' stata cambiata!"
"Ebbene?" disse il piccolo principe.
"Ebbene, ora che fa un giro al minuto, non ho piu' un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta al minuto!"
"E' divertente! I giorni da te durano un minuto!"
"Non e' per nulla divertente", disse l'uomo.
"Lo sai che stiamo parlando da un mese?"
"Da un mese?"
"Si. Trenta minuti: trenta giorni!. Buona sera".
E riaccese il suo lampione.
Il piccolo principe lo guardo' e senti' improvvisamente di amare questo uomo che era cosi' fedele alla sua consegna. Si ricordo' dei tramonti che lui stesso una volta andava a cercare, spostando la sua sedia. E volle aiutare il suo amico:
"Sai ... conosco un modo per riposarti quando vorrai ..."
"Lo vorrei sempre", disse l'uomo.
Perche' si puo' essere nello stesso tempo fedeli e pigri.
E il piccolo principe continuo':
"Il tuo pianeta e' cosi' piccolo che in tre passi ne puoi fare il giro. Non hai che da camminare abbastanza lentamente per rimanere sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai e il giorno durera' finche' tu vorrai".
"Non mi serve a molto", disse l'uomo. "Cio' che desidero soprattutto nella vita e' di dormire".
"Non hai fortuna", disse il piccolo principe.
"Non ho fortuna", rispose l'uomo. "Buon giorno".
E spense il suo lampione.
Quest'uomo, si disse il piccolo principe, continuando il suo viaggio, quest'uomo sarebbe disprezzato da tutti gli altri , dal re, dal vanitoso, dall'ubriacone, dall'uomo d'affari. Tuttavia e' il solo che non mi sembri ridicolo. Forse perche' si occupa di altro che non di se stesso.
Ebbe un sospiro di rammarico e si disse ancora:
Questo e' il solo di cui avrei potuto farmi un amico. Ma il suo pianeta e' veramente troppo piccolo non c'e' posto per due...
Quello che il piccolo principe non osava confessare a se stesso, era che di questo pianeta benedetto rimpiangeva soprattutto i millequattrocentoquaranta tramonti nelle ventiquattro ore.


Rifletti:
Dopo la lettura di questo capitolo si possono ricordare due cose: la prima e' che il piccolo principe si rivolge all'uomo che accende e spegne il lampione chiamandolo "amico", pur non avendolo mai visto prima. La seconda e' che, per il piccolo principe, l'uomo e' altruista, in quanto pensa al bene del pianeta e non a se stesso.

domenica 14 aprile 2013

IL PICCOLO PRINCIPE (8)

CAPITOLO XV

Il sesto pianeta era dieci volte piu' grande.
Era abitato da un vecchio signore che scriveva degli enormi libri.
"Ecco un esploratore", esclamo' quando scorse il piccolo principe.
Il piccolo principe si sedette sul tavolo ansimando un poco.
Era in viaggio da tanto tempo.
"Da dove vieni?" gli domando' il vecchio signore.
"Che cos'e' questo grosso libro?" disse il piccolo principe. "Che cosa fate qui?"
"Sono un geografo", disse il vecchio signore.
"Che cos'e' un geografo?"
"E' un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le citta', le montagne e i deserti".
"E' molto interessante", disse il piccolo principe, "questo finalmente e' un vero mestiere!"
E diede un'occhiata tutto intorno sul pianeta del geografo. Non aveva mai visto fino ad ora un pianeta cosi' maestoso.
"E' molto bello il vostro pianeta. Ci sono degli oceani?"
"Non lo posso sapere", disse il geografo.
"Ah! (il piccolo principe fu deluso) E delle montagne?"



"Non lo posso sapere", disse il geografo.
"E delle citta' e dei fiumi e dei deserti?"
"Neppure lo posso sapere", disse il geografo.
"Ma siete un geografo!"
"Esatto", disse il geografo, "ma non sono un esploratore.
Manco completamente di esploratori.
Non e' il geografo che va a fare il conto delle citta', dei fiumi, delle montagne, dei mari, degli oceani e dei deserti.
Il geografo e' troppo importante per andare in giro.
Non lascia mai il suo ufficio, ma riceve gli esploratori, li interroga e prende degli appunti sui loro ricordi.
E se i ricordi di uno di loro gli sembrano interessanti, il geografo fa fare un'inchiesta sulla moralita' dell'esploratore".
"Perche'?"
"Perche' se l'esploratore mentisse porterebbe una catastrofe nei libri di geografia. Ed anche un esploratore che bevesse troppo".
"Perche'?"
"Perche' gli ubriachi vedono doppio e allora il geografo si annoterebbe due montagne la' dove ce n'e' una sola".
"Io conosco qualcuno" disse il piccolo principe, "che sarebbe un cattivo esploratore".
"E' possibile. Dunque, quando la moralita' dell'esploratore sembra buona, si fa un'inchiesta sulla sua scoperta".
"Si va a vedere?".
"No, e' troppo complicato. Ma si esige che l'esploratore fornisca le prove. Per esempio, se si tratta di una grossa montagna, si esige che riporti delle grosse pietre".
All'improvviso il geografo si commosse.
"Ma tu, tu vieni da lontano! Tu sei un esploratore! Mi devi descrivere il tuo pianeta!"
E il geografo, avendo aperto il suo registro, tempero' la sua matita. I resoconti degli esploratori si annotano da prima a matita, e si aspetta per annotarli a penna che l'esploratore abbia fornito delle prove.
"Allora?" interrogo' il geografo.
"Oh! da me", disse il piccolo principe, "non e' molto interessante, e' talmente piccolo.
Ho tre vulcani, due in attivita' e uno spento. Ma non si sa mai".
"Non si sa mai", disse il geografo.
"Ho anche un fiore".
"Noi non annotiamo i fiori", disse il geografo.
"Perche'? Sono la cosa piu' bella".
"Perche' i fiori sono effimeri".
"Che cosa vuol dire <effimero>?"
"Le geografie", disse il geografo, "sono i libri piu' preziosi fra tutti i libri. Non passano mai di moda. E' molto raro che una montagna cambi di posto. E' molto raro che un oceano si prosciughi. Noi descriviamo delle cose eterne".
"Ma i vulcani spenti si possono risvegliare", interruppe il piccolo principe. "Che cosa vuol dire <effimero>?"
"Che i vulcani siano spenti o in azione, e' lo stesso per noi", disse il geografo. "Quello che conta per noi e' il monte, lui non cambia".
"Ma che cosa vuol dire <effimero>?" ripete' il piccolo principe che in vita sua non aveva mai rinunciato a una domanda una volta che l'aveva fatta.
"Vuol dire <che e' minacciato di scomparire in un tempo breve>".
"Il mio fiore e' destinato a scomparire presto?"
"Certamente".
Il mio fiore e' effimero, si disse il piccolo principe, e non ha che quattro spine per difendersi dal mondo! E io l'ho lasciato solo!
E per la prima volta si senti' pungere dal rammarico. Ma si fece coraggio:
"Che cosa mi consigliate di andare a visitare?"
"Il pianeta Terra", gli rispose il geografo. "Ha una buona reputazione..."
E il piccolo principe se ne ando' pensando al suo fiore.



CAPITOLO XVI


Il settimo pianeta fu dunque la Terra.
La Terra non e' un pianeta qualsiasi! Ci si contano cento e undici re (non dimenticando, certo, i re negri!), settemila geografi, novecentomila uomini d'affari, sette milioni e mezzo di ubriaconi, trecentododici milioni di vanitosi, cioe' due miliardi circa di adulti.
Per darvi un'idea delle dimensioni della Terra, vi diro' che prima dell'invenzione dell'elettricita' bisognava mantenere, sull'insieme dei sei continenti, una vera armata di quattrocentosessantaduemila e cinquecentoundici lampionai per accendere i lampioni.
Visto un po' da lontano faceva uno splendido effetto. I movimenti di questa armata erano regolati come quelli di un balletto d'opera.
Prima c'era il turno di quelli che accendevano i lampioni della Nuova Zelanda e dell'Australia. Dopo di che, questi, avendo accesi i loro lampioni, se ne andavano a dormire.
Allora entravano in scena quelli della Cina e della Siberia.
Poi anch'essi se la battevano fra le quinte.
Allora veniva il turno dei lampionai della Russia e delle Indie. Poi di quelli dell'Africa e dell'Europa. Poi di quelli dell'America del Sud e infine di quelli dell'America del Nord.
E mai che si sbagliassero nell'ordine di entrata in scena.
Era grandioso.

Rifletti:
L'immaginazione fantastica della Terra descritta in questo capitolo, oggi lascia posto ad una realta' che, a volte, non e' cosi' "grandiosa". Ma e' nostro compito fare in modo che il mondo in cui viviamo sia il piu' possibile accogliente, pulito, onesto..

sabato 13 aprile 2013

IL PICCOLO PRINCIPE (9)

CAPITOLO XVII

Capita a volte, volendo fare dello spirito, di mentire un po'.
Non sono stato molto onesto parlandovi degli uomini che accendono i lampioni.
Rischio di dare a quelli che non lo conoscono una falsa idea del nostro pianeta.
Gli uomini occupano molto poco posto sulla Terra.
Se i due miliardi di abitanti che popolano la Terra stessero in piedi e un po' serrati, come per un comizio, troverebbero posto facilmente in una piazza di ventimila metri di lunghezza per ventimila metri di larghezza.
Si potrebbe ammucchiare l'umanita' su un qualsiasi isolotto del Pacifico.
Naturalmente i grandi non vi crederebbero.
Si immaginano di occupare molto posto. Si vedono importanti come dei baobab. Consigliategli allora di fare dei calcoli, adorano le cifre e gli piacera' molto.
Ma non perdete il vostro tempo con questo pensiero, e' inutile, visto che avete fiducia in me.
Il piccolo principe, arrivato sulla Terra, fu molto sorpreso di non vedere nessuno. Aveva gia' paura di essersi sbagliato di pianeta, quando un anello del colore della luna si mosse nella sabbia.
"Buona notte", disse il piccolo principe a buon conto.
"Buona notte", disse il serpente.
"Su quale pianeta sono sceso?" domando' il piccolo principe.
"Sulla Terra, in Africa", rispose il serpente.
"Ah!.. Ma non c'e' nessuno sulla Terra?"
"Qui e' un deserto. Non c'e' nessuno nei deserti. La Terra e' grande", disse il serpente.
Il piccolo principe sedette su una pietra e alzo' gli occhi verso il cielo:
"Mi domando", disse, "se le stelle sono illuminate perche' ognuno possa un giorno trovare la sua. Guarda il mio pianeta, e' proprio sopra di noi... Ma come e' lontano!"
"E' bello", disse il serpente, "ma che cosa sei venuto a fare qui?"
"Ho avuto delle difficolta' con un fiore", disse il piccolo principe.
"Ah!" fece il serpente.
E rimasero in silenzio.
"Dove sono gli uomini?" riprese dopo un po' il piccolo principe. "Si e' un po' soli nel deserto..."
"Si e' soli anche con gli uomini", disse il serpente.
Il piccolo principe lo guardo' a lungo.
"Sei un buffo animale", gli disse alla fine, "sottile come un dito!..."
"Ma sono piu' potente di un dito di un re", disse il serpente.



Il piccolo principe sorrise:
"Non mi sembri molto potente... non hai neppure delle zampe... e non puoi neppure camminare..."
"Posso trasportarti piu' lontano che un bastimento", disse il serpente.
Si arrotolo' attorno alla caviglia del piccolo principe come un braccialetto d'oro:
"Colui che tocco, lo restituisco alla terra da dove e' venuto. Ma tu sei puro e vieni da una stella..."
Il piccolo principe non rispose.
"Mi fai pena, tu cosi' debole, su questa Terra di granito. Potro' aiutarti un giorno se rimpiangerai troppo il tuo pianeta. Posso..."
"Oh! Ho capito benissimo", disse il piccolo principe, "ma perche' parli sempre per enigmi?"
"Li risolvo tutti", disse il serpente.
E rimasero in silenzio.


Rifletti:
"Si e' soli anche con gli uomini" ...cosa ti fa pensare questa frase? 

CAPITOLO XVIII

Il piccolo principe traverso' il deserto e non incontro' che un fiore.
Un fiore a tre petali, un piccolo fiore da niente...
"Buon giorno", disse il piccolo principe.
"Buon giorno", disse il fiore.
"Dove sono gli uomini?" domando' gentilmente il piccolo principe.
Un giorno il fiore aveva visto passare una carovana:
"Gli uomini? Ne esistono, credo, sei o sette. Li ho visti molti anni fa. Ma non si sa mai dove trovarli. Il vento li spinge qual e la'. Non hanno radici, e questo li imbarazza molto".
"Addio", disse il piccolo principe.
"Addio", disse il fiore.

Rifletti:
... Oggi, il fatto che l'uomo non abbia radici, ovvero che puo' non avere una fissa dimora, potrebbe significare liberta', conquista, desiderio di conoscenza..."

venerdì 12 aprile 2013

IL PICCOLO PRINCIPE (10)


                                                              CAPITOLO XIX


Il piccolo principe fece l'ascensione di un'altra montagna.
Le sole montagne che avesse mai visto, erano i tre vulcani che gli arrivavano alle ginocchia. E adoperava il vulcano spento come uno sgabello.
"Da una montagna alta come questa", si disse percio', "vedro' di un colpo tutto il pianeta e tutti gli uomini..." Ma non vide altro che guglie di roccia ben affilate.
"Buon giorno", disse a caso.
"Buon giorno... buon giorno... buon giorno..." rispose l'eco.
"Chi siete?" disse il piccolo principe.
"Chi siete?... chi siete?... chi siete?..." rispose l'eco.
"Siate miei amici, io sono solo", disse.
"Io sono solo... io sono solo... io sono solo..." rispose l'eco.
"Che buffo pianeta", penso' allora, "e' tutto secco, pieno di punte e tutto salato. E gli uomini mancano d'immaginazione. Ripetono cio' che loro si dice... Da me avevo un fiore e parlava sempre per primo...".






Rifletti:
... Quale messaggio vorresti far giungere con l'eco a tutti i bambini del mondo ?
CAPITOLO XX

Ma capito' che il piccolo principe avendo camminato a lungo attraverso le sabbie, le rocce e le nevi, scoperse alla fine una strada. E tutte le strade portavano verso gli uomini.
"Buon giorno", disse.
Era un giardino fiorito di rose.
"Buon giorno", dissero le rose.
Il piccolo principe le guardo'.
Assomigliavano tutte al suo fiore.
"Chi siete?" domando' loro stupefatto il piccolo principe.
"Siamo delle rose", dissero le rose.
"Ah!" fece il piccolo principe.
E si senti' molto infelice. Il suo fiore gli aveva raccontato che era il solo della sua specie in tutto l'universo. Ed ecco che ce n'erano cinquemila, tutte simili, in un solo giardino.
"Sarebbe molto contrariato", si disse, "se vedesse questo... Farebbe del gran tossire e fingerebbe di morire per sfuggire al ridicolo. Ed io dovrei far mostra di curarlo, perche' se no, per umiliarmi, si lascerebbe veramente morire..."
E si disse ancora: "Mi credevo ricco di un fiore unico al mondo, e non possiedo che una qualsiasi rosa. Lei e i miei tre vulcani che mi arrivano alle ginocchia, e di cui l'uno, forse, e' spento per sempre, non fanno di me un principe molto importante...".
E, seduto nell'erba, piangeva.

giovedì 11 aprile 2013

IL PICCOLO PRINCIPE (11)

CAPITOLO XXI

In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo..."
"Chi sei?" domando' il piccolo principe, "sei molto carino..."
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, sono cosi' triste..."
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomestica".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire <addomesticare>?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che cosa vuol dire <addomesticare>?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "<addomesticare>?"
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>..."
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro' per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'e' un fiore... credo che mi abbia addomesticato..."
"E' possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra..."
"Oh! non e' sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembro' perplessa:
"Su un altro pianeta?"
"Si".



"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No".
"Questo mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non c'e' niente di perfetto", sospiro' la volpe. Ma la volpe ritorno' alla sua idea:
"La mia vita e' monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio'. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara' illuminata. Conoscero' un rumore di passi che sara' diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara' uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu' in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e' inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e' triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sara' meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e' dorato, mi fara' pensare a te. E amero' il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardo' a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, pero'. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non ci conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno piu' tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia' fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu' amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domando' il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, cosi', nell'erba. Io ti guardero' con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' piu' vicino..."
Il piccolo principe ritorno' l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero' ad essere felice. Col passare dell'ora aumentera' la mia felicita'. Quando saranno le quattro, incomincero' ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro' il prezzo della felicita'! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro' mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'e' un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e' un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Cosi' il piccolo principe addomestico' la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangero'".
"La colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"



"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua e' unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero' un segreto".
Il piccolo principe se ne ando' a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e' per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si puo' morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' piu' importante di tutte voi, perche' e' lei che ho innaffiata. Perche' e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche' e' lei che ho riparata col paravento. Perche' su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche' e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche' e' la mia rosa".
E ritorno' dalla volpe.
"Addio", disse.



"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale e' invisibile agli occhi".
"L'essenziale e' invisibile agli occhi", ripete' il piccolo principe, per ricordarselo.
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi' importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurro' il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verita'. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripete' il piccolo principe per ricordarselo.


Rifletti:
"... Questo capitolo e' il piu' lungo del libro ed il piu' importante. Qui emerge il messaggio che vuole lanciare ai lettori: il valore dell'amicizia. Per la volpe significa essere addomesticata, per il piccolo principe vuol dire prendersi cura della sua rosa, la rosa speciale. E per te?
In questo capitolo, inoltre, sono scritti i passi piu' belli di tutto il libro: a te trovarli..."


CAPITOLO XXII


"Buon giorno", disse il piccolo principe.
"Buon giorno", disse il controllore.
"Che cosa fai qui?" domando' il piccolo principe.
"Smisto i viaggiatori a mazzi di mille", disse il controllore. "Spedisco i treni che li trasportano , a volte a destra, a volte a sinistra".
E un rapido illuminato, rombando come il tuono, fece tremare la cabina del controllore.
"Hanno tutti fretta", disse il piccolo principe.
"Che cosa cercano"
"Lo stesso macchinista lo ignora", disse il controllore.
Un secondo rapido illuminato sfreccio' nel senso opposto.
"Ritornano di gia'?" domando' il piccolo principe.
"Non sono gli stessi", disse il controllore. "E' uno scambio".
"Non erano contenti la' dove stavano?"
"Non si e' mai contenti dove si sta", disse il controllore.
E gli rombo' il tuono di un terzo rapido illuminato.
"Inseguono i primi viaggiatori?" domando' il piccolo principe.
"Non inseguono nulla", disse il controllore.
"Dormono la' dentro, o sbadigliano tutt'al piu'. Solamente i bambini schiacciano il naso contro i vetri. Quelli si, che sono fortunati", disse il controllore.

Rifletti:
"... Il piccolo principe dice <hanno tutti fretta>. Ha ragione, vero? La vediamo tutti i giorni, attorno a noi, la fretta. "